Bruno Bonomelli, all'inizio degli anni Cinquanta, fu l'ideatore del Premio Vittoria Alata, riservato agli sportivi bresciani che più si erano distinti in differenti sport durante l'anno. Una formula che fece scuola trovando emuli e scimmiottatori. I premi venivano consegnati nel corso di una serata danzante in un locale di Rovato. In questa immagine, Bonomelli, con il microfono, in veste di intrattenitore, attorniato da amici e organizzatori. Il primo a sinistra in basso, è il saltatore con l'asta Angelo Baronchelli, campione italiano 1960, il quale raggiunse la miglior misura di 4,25
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28 ottobre 1910, nasce a Rovato, in provincia di Brescia, Bruno Bonomelli, figlio di Silvio e di Dina. È il primo figlio della coppia, cinque anni dopo nascerà il fratello Paride. Il padre è un affinatore e commerciante di formaggi. Rovato era rimonata per questo tipo di attività essendo lo sbocco naturale della Valle Camonica dove si produceva rinomato formaggio. Bruno ebbe una vita, a dir poco movimentata, Specialmente negli anni della Seconda Guerra Mondiale, dopo l'8 settembre 1943. Entrò - e con lui il fratello Paride - nella Resistenza. Fu in contatto con i Servizi Segreti britannici e operò a Genova, e nell'entroterra, mettendo in funzione stazioni di ascolto. I due fratelli vennero arrestati dai nazifascisti nel luglio del 1944 e internati nel carcere della Gestapo a Verona, da dove riuscirono in maniera rocambolesca a fuggire: Questo scatenò le ire dei tedeschi e dei loro lacchè repubblichini, e proprio un gruppo di assassini nazifascisti trucidò per strada a Iseo il padre Silvio. Non soddisfatti, arrestarono la moglie Rosina Nulli e il piccolo figlioletto Ennio e li internarono, con altri componenti della famiglia Nulli, fino alla fine della guerra nel campo di concentramento di Gries, una frazione di Bolzano. La signora e il figlio, con sadica ferocia, furono portati svariate volte davanti al plotone d'esecuzione per cercare di farle confessare dove era nascosto il marito. Senza esito: chi ha conosciuto Rosina non può avere dubbi, più dura di qualsiasi assassino della Gestapo che si trovasse davanti.
"E fummo vivi", scrisse in una poesia Alfonso Gatto. Dopo la macelleria di cinque sciagurati anni di guerra, si ritornò alla vita. Bruno prese una laurea in Economia e Commercio alla Università di Genova, e una seconda in Statistica. Entrò nel mondo della scuola, ma aveva il talento del giornalista, colto, vivace, acceso polemista. Aveva scritto di sport sulle pagine del quotidiano "Popolo di Brescia", divenne collaboratore de "l'Unità", scrisse per anni su "Sport Italia", pezzi di analisi delle varie discipline dell'atletica leggera, scritti ancor oggi insuperabili, analisi "statistiche" vere non banali elencazioni di numeri. Fu dirigente di numerose società atletiche bresciane, tecnico, organizzatore, sempre con un cipiglio che disturbava gli ominicchi e i quaquaraquà aggreppiati ai vari carri e carretti sportivi. Uomo di funeste ire di memoria omerica, ma al tempo stesso affascinante conversatore, amante della convivialità, sempre ben spalleggiato dalla signora Rosina.
Fu il precursore della ricerca storica applicata all'atletica leggera, ineguagliato per la quantità di materiale raccolto, catalogato. Tutti quelli che sono venuti dopo di lui son passati da Casa Bonomelli per le loro consultazioni, trovando sempre disponibilità, ospitalità e aiuto. Sempre insoddisfatto di quanto aveva raccolto, sempre alla ricerca di una data di nascita, di un dettaglio, di un risultato scomparso. Amava l'atletica tutta, ma in particolare la corsa campestre, per la quale non rispamiò polemiche e ricerche. In un tempo in cui i grandi "numi" atletici non dedicavano neppure un rigo nei loro lavori. Bruno diede alle stampe il primo libro italico dedicato alla corsa campestre, che definì "Scuola di campioni" (due edizioni, 1966 e 1974). E fu anche il primo ad affrontare il tema "maratona", battendosi per la esatta misurazione dei percorsi sulla distanza classica. Era "il rompicoglioni". Ne sentiamo fortemente la mancanza.
Potremmo scriverne fino a riempire un tomo di una enciclopedia. Fermiamoci. Ma chi scrive queste povere noterelle non può esimersi dall'affermare che - almeno per lui - Bruno fu il vero maestro di atletica e di cultura annessa, e anche di metodologia dell'indagine. Maestro, titolo che accettava a scuola dove ha insegnato parecchi anni, ma rifiutava al di fuori di questo contesto, è anche il titolo dal primo volume edito dall'Archivio storico dell'atletica italiana (era il 1994): "Bruno Bonomelli, maestro di atletica". Nel momento della malinconica ma inevitabile decisione di mettere fine, dopo quasi trentadue anni, alla esperienza dell'Archivio storico che ha portato il suo nome, sentiamo il dovere di ricordare il maestro di Rovato.








